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la Torre d'Angolo
Paolo Torriani 9a
6850 Mendrisio
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i nostri consigli


Ecco i titoli che la Libreria dei ragazzi ha scelto per voi.
Le recensioni sono suddivise in "Libri per adulti" e "Libri per bambini e ragazzi"


E tu splendi
di Giuseppe Catozzella


(Feltrinelli, 2018)

Ad Arigiliana, «aggrappata su una montagna di boschi» Pietro, la voce narrante di questa storia insieme profonda e leggera – come solo il racconto di un bambino può essere –scopre prima gli stranieri, ridotti alla fame nella Torre in cui sempre è andato a giocare, e poi qualcosa di più grande, di più forte: la paura del diverso, che si attacca ai luoghi comuni, perché «la sventura non viene da sola, c’è sempre qualcuno che la porta». Arigliana è un microcosmo perforato, logorato, dai tempi in cui Zi’ Rocco ha bruciato tutti campi al di qua del torrente, obbligando tutti a migrare dall’altra parte, e lavorare per lui, nella miseria. E in un paese in cui c’è solo la terra, da anni e anni, sempre e solo la terra, a qualcuno la responsabilità bisogna pur darla, e nonostante chi arriva da fuori abbia le stesse mani logorate dal lavoro, la stessa fame, le stesse ingiustizie impresse nello sguardo, la sostanza non cambia: non c’è posto per gli altri.

Per Pietro e per sua sorella Nina l’estate da Nonnonno e Nonnonna sarà un’estate diversa: non solo perché la prima senza la madre, ma anche per la scoperta delle dinamiche adulte, dei meccanismi di forza che mettono in moto il razzismo. Pietro capisce che c'è chi sulle paure degli altri costruisce. Catozzella è riuscito a creare un romanzo in cui alla vicenda di un paesino della Lucania, con le sue difficoltà e le sue leggende, si sovrappone un discorso più ampio, più grande: la mafia Zi’ Rocco, la perdita della madre, la radicata convinzione che niente possa cambiare. E tu splendi ha la voce di un bambino, e per questo lo stiamo ad ascoltare: ha la capacità di far dire a un ragazzino undicenne come si possa crescere e seminare - splendere, per l’appunto – di nuovo, nonostante tutto.

A volte per comprendere un libro, uno scrittore, mi piace entrare “dalla porta laterale”: scoprire cioè chi e cosa legge, cosa c’è nella sua libreria, nei suoi appunti. E alla fine del libro, Catozzella rivela da dove nasce questa storia: dal «suo amore per il Sud, la terra di cui è originario e che ama» e anche «dalle chiacchierate [...] con un grande studioso del Mezzogiorno, e scrittore – caro amico –, che non c’è più: Alessandro Leogrande». E io credo che con Leogrande Catozzella condivida una stessa matrice, quella che spinge a scrivere un romanzo che ci parli della verità, senza fare giornalismo d’inchiesta. Soprattutto la narrazione non ci fa stare comodi nel nostro guscio, ci racconta una storia dall’interno, su più livelli: sia per la presenza della voce infantile, che per quella del popolo, ma anche – e soprattutto – per quella che si sente forte e chiara una volta girata l'ultima pagina: quella della terra, che silenziosa si è vista calpestare dalla miseria, che non ha né nazionalità o età. E tu splendi riesce a darci uno scorcio sulla realtà sociale, con i suoi problemi e le sue divisioni, proprio come Leogrande ha fatto in grandi romanzi come Uomini e caporali (Mondadori, 2008) o nel suo ultimo libro, La frontiera (Feltrinelli, 2015), un intreccio di storie di migranti, dove lo scrittore tarantino, raccontandoci dei viaggi fino alle nostre di barriere, reali e mentali, ha cercato «di provare a dipanare i fili di quegli eventi che a prima vista paiono incomprensibili nel loro ginepraio di violenza, lutti, oppressione, che pure determina la vita di tanti».


di Mara Travella



La ragazza sbagliata

di Giampaolo Simi


(Sellerio, 2017)

Una lunga notte

Rumori dal piano di sopra. I soliti, eppure – forse perché sul comodino c’è La ragazza sbagliata – una strana sensazione di disagio, come ci fosse qualcosa che non torna, invade lo stanza. Sono poche le possibilità di richiudere il libro di Giampaolo Simi senza sentire che c'è qualcosa ancora in ombra, da definire, da decifrare.

Irene era morta, ma non come certi morti che avevo visto nei telefilm, cioè gente viva truccata da cadavere, e se li guardavi bene al rallentatore ti accorgevi che magari gli era sfuggito un respiro. Irene era morta, ma non a favore di telecamera, fissando il cielo con l’ultimo sguardo. Sembrava una cosa vecchia, guasta e buttata via. Incastrata da una ragnatela di rami, Irene Calamai sembrava come sospesa. Le gambe nude erano scure e mi sembravano magrissime, i capelli ricordavano una vecchia parrucca. Non capivo cosa aveva indosso e in definitiva non lo volevo sapere.

È il giornalista Dario Corbo a condurci nella vicenda, a raccontarcela, in una settimana. È il tempo che impiega per tornare, dopo quindici anni, sui suoi primi articoli di cronaca nera inerenti al caso che nel ’93 ha scosso la Versilia: la brutale uccisione della diciottenne Irene Calamai. La giustizia ha dato una sentenza netta, cruda. Responsabile dello stupro e della morte della giovane risultava essere la coetanea Nora Backford, figlia di un famoso scultore. Un mix di psicofarmaci, alcol e adolescenti gelosie il movente, la condanna: 15 anni di carcere.

«Sono entrata matricola, mi hanno fatto mettere tutto su un tavolo, l’hanno chiuso in un bel sacchetto e ho pensato quante ore, giorni e notti dovevano ripassare prima di riaprire quel sacchetto. Un deserto di tempo da attraversare a piedi, ecco, non so se rendo. Avevo venticinque anni, capisce, e la mia gioventù sarebbe finita prima di riaprirlo. Ma questo oramai non importa, volevo solo dire che in quel sacchetto ci avevano messo anche la mia solitudine».

L’uscita dal carcere di Nora coincide con la chiusura del giornale in cui Dario ha investito tempo e soldi, e con lo sgretolarsi dei suoi rapporti famigliari. La possibilità di riscatto per lui sta ora nello scrivere un libro inchiesta sulla vicenda, progetto fortemente voluto da Lavinia Monforti, magistrato – detta «la rossa dal cuore nero» – che li mette in contatto.

Ma lo sguardo di oggi non è più quello di allora: la verità non ha nitidi confini, né si lascia facilmente afferrare. Dario Corbo è uno come noi, con i suoi fallimenti, i suoi vizi, e con la capacità di rimettersi in gioco. Di ricredere a quello che ha sempre visto, letto, e soprattutto voluto vedere, voluto leggere.

Chi ama il genere non deve farsi scappare questa storia, a costo di passare una lunga notte con gli occhi incollati alla pagina, e l’orecchio teso a ogni scricchiolio di finestre appena accostate.

di Mara Travella





Lacci

di Domenico Starnone


(Einaudi, 2014)

Tra libreria e teatro

Quando, dopo molto tempo, rientriamo nella casa in cui siamo cresciuti, ci parlano le piccole cose rimaste lì, resistite al passare degli anni. I soprammobili sono i testimoni dei nostri più o meno importanti drammi familiari, le tende sono impregnate ancora della polvere e delle discussioni attorno alla tavola, i libri sugli scaffali a nascondere i segni delle conversazioni che non abbiamo fatto, delle rivincite che non ci siamo presi.

Lacci riesce a riunire le voci di chi quel silenzio a lungo andare non lo sopporta più. E pagina dopo pagina si sollevano i tappeti, si spostano gli oggetti, si rivela ciò che sta dietro: dietro ad una famiglia fatta di fughe e ritorni, di desideri lasciati a metà, prove di forza, tentativi di ricominciare (ma quanto è difficile?) e paura di fallire.

Leggerlo è riconoscersi parte di quel microcosmo , sorridere, pensando a quanto quella storia parli di noi, del nostro tempo. È muoversi veloci nel trittico di voci che lo compongono: le lettere di Vanda che scrive senza fiato, la versione di Aldo che racconta di come - assumendo il ruolo designatogli - ha cercato di riempire un’assenza, un silenzio carico di rancore. E poi le parole di Anna, voce che ci accompagna all’ultima riga.

A poco a poco, man mano che scorci di verità vengono liberati sulla pagina, capiamo perché questo libro è importante: perché ci dice come sia difficile districarsi nella vita familiare, fra i fili impercettibilmente fragili, aggrovigliati, che la tengono unita. Un nucleo creatosi agli inizi degli anni Sessanta, Vanda e Aldo, giovani, innamorati, poi due figli, Sandro e Anna. E poi quei sentimenti così scontati ma così umani: la paura, il dolore, l'amore, e di nuovo il dolore, la paura, e forse un po' d'amore.

«Per molto tempo hai sragionato con tranquillità saccente sui ruoli dentro cui c’eravamo imprigionati sposandoci – il marito, la moglie, la madre, il padre, i figli – e ci hai descritti – me, te, i nostri bambini – come ingranaggi di una macchina priva di senso, costretti a ripetere sempre gli stessi movimenti insulsi»

(dal libro)

Starnone è capace di parlarci di tutto questo con la sua scrittura agile e ironica, di interrogarci su ciò che siamo noi, su quello che facciamo con le persone che amiamo. La capacità di creare storie a circuito chiuso, perfette, ci fa uscire dalle sue pagine senza sapere se ridere o fermarci a riflettere, magari accarezzando il nostro gatto, pensando che in fondo, Labès non sia poi un brutto nome.

PS. Lacci è portato ora in scena con la regia di Armando Pugliese, da Silvio Orlando, Maria Laura Rondanini, Pier Giorgio Bellocchio, Roberto Nobile, Vanessa Scalera, e Matteo Lucchini. A Milano sarà al Teatro Franco Parenti dal 24 al 28 gennaio 2018. Vi consiglio di non perdervi l’occasione di sentire la forza di questo testo nella veste di spettacolo teatrale. E magari, prima che si apra il sipario, anche di passare alla Libreria dei ragazzi e dare una sbirciata al libro.


di Mara Travella

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