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i nostri consigli


Ecco i titoli che la Libreria dei ragazzi ha scelto per voi.
Le recensioni sono suddivise in "Libri per adulti" e "Libri per bambini e ragazzi"

Consigli estivi: Verde&Oriani, Tutta la vita dietro a un dito

Stare dietro a un dito è quello che Sebastiano fa da una vita intera. Svicolare, appendere il telefono, fingersi qualcun altro, interagire piuttosto con le stampanti della copisteria per cui lavora – la Numero Uno, la Numero Due, la Numero Tre – che con le persone, così da risparmiarsi qualche possibile delusione dalla vita vera, perché «con le stampanti è tutto più semplice. Quando s’inceppano, basta spegnere, aprire lo sportello anteriore, poi quello posteriore, rimuovere il foglio inceppato e riaccendere». Per le relazioni invece, si sa, nessun libretto delle istruzioni. Dentro di sé Sebastiano ha però un’altra spinta, un desiderio di uscire dal proprio anonimato che a volte riesce impacciatamente ad esprimere, condiviso anche da Irene, la seconda protagonista di questa storia, operatrice sociale presso Casa Giulia, un centro anziani: anche lei, ogni notte prima di addormentarsi, s’immagina di indossare, con il vestito rosso anche la sicurezza in sé stessa che vede nella coinquilina Vale e che in sé sente mancare.

Lo straordinario livello di disciplina che ha raggiunto nella sua vita – mai marinato la scuola, mai fatto venire un ragazzo a casa quando i suoi erano fuori, mai passato una sera a ubriacarsi in un locale – servirà a qualcosa alla fine? O ci si ricorderà solamente delle volte che ha frugato di nascosto nell’armadio della sua amica? C’è qualcuno che tiene il punteggio da qualche parte? Se c’è, Irene deve essere per forza tra le brave ragazze.

La storia di questi giovani incerti e curiosi, nominata anche alla XXXI edizione del premio Italo Calvino, mette in primo piano tutti i tentativi per scavalcare quegli ostacoli del mondo sociale reale – quello dei belli perfetti e pronti, o del è tutto intorno a te – che un ragazzo come Sebastiano può mettere in atto, fino ad arrivare ad inventarsi un finto fratello gemello scomparso. Tappezzare la città con la propria immagine è così un modo per dire a tutti: Ehi, sono qui! È dire: ci sono anch’io. Uscire dal margine, bussare a una porta e vedere se qualcuno risponde. Ma questi che potremmo definire 'scavalcamenti' non riguardano solo lui: interessano anche la madre – perfettamente tratteggiata in queste pagine – e il suo desiderio di interrompere con la routine, allacciare i rapporti con questo figlio un po’ strano, cambiare il corso degli eventi.

A una certa età, il mondo tende a dimenticarsi di te. Perciò che male c’è se la signora Dutto vuole dimenticarsi del mondo? Prima mandata. Persino lei si sta dimenticando di se stessa. Se si volta a guardare indietro, la sua vita non le è più chiara come una volta. Seconda mandata. Lei in fondo cosa sa della vita? Che le macchie d’olio vanno via con l’aceto. Che se lasci troppo in infusione la bustina del tè, poi il tè è da buttare. Terza mandata. Che le lasagne surgelate vanno tenute dieci minuti nel microonde. Quarta mandata. Che, appena chiuderà la porta, tutto sarà più semplice.

La realtà si rivela invece meno semplice del previsto, sempre sfaccettata, difficile da afferrare, divertente e, a volte, tragicomica. Il mondo o la visione che ne abbiamo è l’incrocio in fondo dello sguardo di ciascuno: di più occhi attorno allo stesso oggetto, sia esso una fotografia o un'emozione. Il mondo è un garbuglio, un sovrapporsi di parole emozioni e gesti, difficilmente interpretabile e però ricco, plurale, vitale. Tutta la vita dietro a un dito (Milano, Salani, 2019) sfrutta l’alternarsi di voci narranti – le voci dei personaggi principali, Sebastiano, poi Irene, fino ai protagonisti minori, come la signora Dutto, Cristoforo, il senzatetto di Torino, o Amanda, la bella collega della copisteria – per restituirci una storia agile e caleidoscopica, reale.

Con una scrittura frutto del lavoro a quattro mani di Carmen Verde e Alex Oriani questo libro ci rivela tutto un piccolo universo torinese: ci parla di quell’età di sbilanciamenti e di birre vuote sotto al divano, ma anche di quel mondo apparentemente stabile – quello ‘dei grandi’ – altrettanto ricco di interrogativi e di nuove sfide. Questa storia corre veloce e rallenta dove necessario, raccontando le piccole manie di ognuno – gli annunci funebri, le lasagne, i vestiti, Elvis Presley – con l’attenzione di chi sa che un buona storia è data dal giusto dosaggio di ironia e profondità, di interrogativi sulla propria identità (che non ci mollano, a ben vedere, fino almeno dai primi romanzi pirandelliani – un continuo guardarsi allo specchio), di riflessioni riguardo il mondo e il nostro cambiare, ma anche di pure e semplice (e a volte sconsiderate) azioni.

Gli autori ci restituiscono una narrazione fatta di parole dette (e non dette – con un sapiente uso delle parentesi) dove risiedono quei sentimenti che non diciamo ma mostriamo, e che rendono una banale zuppa di fagioli «la zuppa di fagioli più buona del mondo».

(di Mara Travella)



Benedizione
di Kent Haruf


(edizioni N, 2015)

Benedizione è un libro crepuscolare nel suo inno alla quotidianità, ai piccoli gesti, al dialogo di ogni giorno. Della poesia la scrittura di Haruf ha quell'essere scarna e piena, fredda e intima allo stesso tempo. Il primo libro della Trilogia della pianura ci porta dentro la cittadina immaginaria di Holt, che ha tutto quello che ci aspettiamo da una piccola cittadina del Colorado: spazi ampi e vento forte, poche case, reticolo di strade che si snodano tra campi di frumento e pascoli.

tutti e tre si allontanarono dalla macchina e rimasero in piedi sull'altura ventosa. C'erano altre colline a est e a sud, la città lontana a nord, con i silos bianchi che si stagliavano contro il verde della massa degli alberi, e ovunque tutto quello spazio aperto e piano. (p. 112).

Una volta messo piede a Holt, dovete conoscere i suoi personaggi. Andare a casa di Dad Lewis – che sta per morire e ha dedicato la sua vita al negozio di ferramenta – e sedervi nel suo salotto sorseggiando una tazza di caffè in compagnia di sua moglie Mary e della figlia Lorraine. Una voce narrante attenta ad ogni smorfia sul suo viso vi spiegherà tutto (o non proprio tutto, e dopo vi dico il perché); vi farà notare le mani posate sul suo grembo, la sua aria stanca nel suo lento avvicinarsi alla fine della vita, vi farà sentire l'assenza-presenza di Frank, l'altro figlio.

Qui tutti sanno nome, cognome e vita degli altri. Si frequenta la chiesa, dove alla fine di ogni funzione ci sono gli avvisi parrocchiali che mettono al corrente la comunità delle piccole grandi novità del paese. È un posto che ti inchioda e ti protegge, Holt. Che ti permette di crescere ma ti fa vedere le cose da troppo vicino per avere una chiara percezione della loro grandezza. Kent Haruf ha la capacità di mettere nella narrazione le vite di personaggi normali che, come tutti noi, hanno i loro drammi e cercano di spazzarli come polvere sotto al letto, sapendo che al primo soffio di vento si ripresenteranno lì, davanti i nostri occhi.

Attorno alla famiglia Lewis c'è Lyle, il parroco appena arrivato da Denver con suo figlio e sua moglie; Alice, la bambina orfana che vive con Berta May, la vicina di casa; ci sono Alene e Willa, madre e figlia che si muovono tra le case dei protagonisti di Benedizione e la chiesa, legate da un affetto di cui forse non sappiamo ancora abbastanza, ma che intuiamo aver ancora qualcosa da dirci dietro il velo dei gesti semplici. Mi piace di questo libro, oltre allo sconfinamento nei territori familiari di ognuno, quella capacità di tracciare linee essenziali per definire i contorni delle scene. Una delle più belle è un bagno tutto femminile, nella cisterna d'acqua di una fattoria: è un momento d'incontro di generazioni, in cui le mani esperte di donne e madri insegnano a nuotare alla piccola Alice. Lascio questa metafora nelle mani di chi leggerà il libro.

Lorraine disse, Alice, sai nuotare?
No.
Sai stare a galla?
Non so come si fa.
È ora di imparare. Vieni qui al centro. Alene, ci dai una mano?
Le due donne la sostennero mentre lei si lasciava andare all'indietro.
Ora devi solo respirare. E allargare le braccia.
Quando iniziava ad affondare la risollevavano, e dopo un po' fu in grado di stare a galla da sola. Le due donne fecero un un passo indietro e lei rimase sdraiata sull'acqua, mezza sommersa, i suoi occhi azzurri che guardavano il cielo azzurro.
(p. 185).

La voce narrante (di cui dicevo sopra) pur conoscendo alla perfezione gli spazi e i pensieri dei personaggi, lascia sempre sulla pagina quella sensazione di non detto, anche nei dialoghi più banali, che è una delle ragioni per cui si rimane come sospesi, ipnotizzati, da questa narrazione: è solo uno scorcio sui mondi interiori degli abitanti di Holt.

Ho scoperto la scrittura di Haruf leggendo Le nostre anime di notte, una storia di avvicinamento, sulla capacità di credere ancora nel sentimento vero in un momento come la vecchiaia, in cui sembra difficile darsi ancora una possibilità. Dopo Le nostre anime di notte (che si legge d'un fiato) sono tornata indietro, a recuperare il primo libro della Trilogia della pianura, perché affezionarmi è una di quelle reazioni spontanee di fronte a un buon libro.

E ci sono buone notizie: sul sito delle edizioni NN potete ascoltare colonna sonora e audio libro curato da Paolo Pierobon, create apposta per Benedizione (ci sono anche per tutti gli altri titoli di Haruf).

E last but not least il 5 novembre uscirà Vincoli, sempre pubblicato da NN e con la traduzione di Fabio Cremonesi, nominato traduttore dell'anno da «La Lettura» nel dicembre del 2017.

Sta quindi arrivando in libreria anche il primo romanzo dello scrittore statunitense, e vi aspetta sui nostri scaffali, insieme a tutti gli altri.


di Mara Travella




Elana Ferrante. Parole Chiave
di T. De Rogatis


(edizioni e/o, 2018)

Le parole della Ferrante

Che Elena Ferrante ci abbia conquistati con la storia di Lila e Elena, con Napoli sullo sfondo, con quella ricerca così vera e profonda nelle cantine degli animi umani, è indubbio. Una volta chiusa l'ultima pagina del quarto volume, Storia della bambina perduta, si sente quell'abbandono, quell'ossimorica malinconia felice, come guardare per l'ultima volta il mare prima di tornare alla vita di tutti i giorni.

È arrivata in libreria una novità per tutti quelli che quella sensazione la sentono ancora lì: a metà stomaco, a metà cuore. S'intitola Elena Ferrante. Parole Chiave (Roma, edizioni e/o,2018), ed è scritto da Tiziana de Rogartis. È un libro di quelli che ti aiutano ad andare in profondità, a scavare dentro la scrittura – quella così agile e schietta della Ferrante – per attraversarne lo stile (con il primo capitolo: Una narrazione geniale e popolare) e per analizzarne i temi cardine (ad esempio: L'amicizia femminile, cap. 2 Napoli, la «città labirinto», cap. 4; Violenza immagini e sparizioni, cap. 6).

Si tratta di una ricerca che Tiziana de Rogartis conduce con l'attenzione di chi sa che le parole pesano, che il successo delle amiche geniali risiede nella capacità della Ferrante di reggere un'impalcatura narrativa attenta ai dettagli. È un equilibrio sempre sul punto di crollare, una storia che si disfa e si ricrea in continuazione con il maturare delle due donne protagoniste. Se dopo il quarto volume vi è rimasto uno spazio sullo scaffale, questo è il quinto libro da metterci. Quest'opera non vi racconta cosa viene dopo, ma ciò che avviene dentro e dietro la scrittura: de Rogartis ci parla di quel luogo speciale che si chiama invenzione, svelandoci la vicinanza che c'è tra immagini e parole che ci sembravano in apparenza lontane.

Eccone un piccolo assaggio:

Tutto, in Elena e Lila, è sotto il segno della simbiosi: la nascita a pochi giorni l'una dall'altra, i diminutivi dei nomi propri – bisillabi, intrecciati nelle allitterazioni (Lina oppure Lila, come solo l'amica la chiama, e Lenù)–, l'aspetto fisico e soprattutto i caratteri. Due temperamenti che la loro relazione struttura rigidamente, sin dai sei anni di età, come ipoaggressivo e iperaggressivo (Lila dichiara: «abbiamo fatto un patto da piccole, quella malvagia sono io»; scf 127) per poi esibirli – come in questa formula di Elena – in ritratti di apparente, spontanea complementarietà: «io bionda, lei bruna, io tranquilla, lei nervosa, io simpatica, lei perfida, noi due opposte e concordi» (sbp 144). In alcune rare sequenze della vicenda l'amicizia tra le due protagoniste è definita attraverso una polarità bilanciata, un'energia scissa che solo quando viene ricomposta arriva alla messa in forma del mondo: «io, io e Lila, noi due con quella capacità che insieme – solo insieme – avevamo di prendere la massa di colori, di rumori, di cose e persone, e raccontarcela e darle forza» (ag 134). La rappresentazione più frequente è invece quella di una complementarietà asimmetrica, [...] in base alla dinamica del pieno e del vuoto:

"io cieca, lei un falco; io col la pupilla opaca, lei che da sempre stringeva gli occhi saettando sguardi che vedevano di più; io attaccata al suo braccio, tra le ombre, lei che mi guardava con uno sguardo rigoroso"
(Simbiosi e alterità, cap. 2).


di Mara Travella

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